Thabo il rabdomante (Racconto gratuito)

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Esperimento letterario: “Thabo il rabdomante“. Il primo racconto gratuito scritto a quattro mani da Andrea Zanotti e Alessio Marta.
Dopo l’ultima grande guerra il mondo ha subito un cambiamento radicale: l’acqua del globo è quasi esaurita diventando il bene più prezioso. Le persone vivono strette nella morsa della sete e sottomesse ai voleri di generali militari autoproclamati sovrani.
Buona lettura 🙂

Thabo il rabdomante

Capitolo 1 – Esodo
Capitolo 2 – Incontri
Capitolo 3 – Repubblica di Nuova Pretoria
Capitolo 4 – Nella cella
Capitolo 5 – Van Horst
Capitolo 6 – Rivelazioni
Capitolo 7 – Cambio della guardia
Capitolo 8 – Tre
Capitolo 9 – Soho
Capitolo 10 – Buone nuove
Capitolo 11 – Due rabdomanti
Capitolo 12 – Durban rinata
Capitolo 13 – Il potere
Capitolo 14 – Assalto
Capitolo 15 – Sottosuolo
Capitolo 16 – Inaccettabile
Capitolo 17 – Zolfo
Capitolo 18 – Il terzo incomodo
Capitolo 19 – Doppio gioco
Capitolo 20 – Tradimenti
Capitolo 21 – Grotta
Capitolo 22 – Sparizione (Fine)

Capitolo 1 – Esodo

Thabo era diretto a sud. Correva voce che alla punta estrema dell’Africa ci fossero ancora delle oasi ricche di vegetazione e prospere. Aveva passato molti anni nella miseria più assoluta e ora sperava di poter trovare un po’ di tranquillità. Portava con sé una singola borraccia, piena solo per metà con un liquido torbido e maleodorante. Acqua, o la cosa più simile che era stato in grado di trovare, difficile da bere se non forzati da una sete indescrivibile. Non ricordava più l’ultima volta che aveva potuto dissetarsi a una sorgente pulita, forse era capitato quando era bambino, troppe lune addietro. Il cielo quel giorno era grigio pallido e portava con sé pessime notizie. Era la tonalità che si poteva apprezzare solo prima di una tempesta di sabbia e il vento stava già iniziando ad alzarsi. «Maledizione» si disse desolato, un po’ per dissimulare la sensazione di solitudine che lo accompagnava durante il cammino e un po’ per aggredire la sfortuna che stava per abbattersi su di lui. La sabbia che gli scivolava contro il volto era sottile e tiepida lo accarezzava, ma sapeva che presto la sua forza sarebbe aumentata tanto da strappargli la carne dalle ossa. Lo aveva visto capitare già altre volte, al sicuro dietro allo scudo di un rifugio e lo spettacolo non gli era piaciuto per nulla. Il pover’uomo era stato colto alla sprovvista e la tempesta lo aveva spolpato lasciando di lui solo resti corrosi e graffiati. E il cielo aveva lo stesso funesto colore di quella volta. Il prossimo accampamento doveva trovarsi a diverse ore di cammino, ma non c’era nessuna certezza che fosse ancora là. Questi “pastori del deserto” erano nomadi e cambiavano spesso posizione, sperando che il loro vagare gli assicurasse una maggiore probabilità di sopravvivere. Per fortuna non erano una popolazione aggressiva, ma la loro ospitalità si pagava cara. Per questo Thabo portava con sé uno zaino improvvisato contenente alcuni sacchetti di riso. Era tutto ciò che possedeva e sperava sarebbe stato sufficiente per farlo arrivare alle coste meridionali del continente.

Capitolo 3 – Repubblica di Nuova Pretoria

«Posso entrare, Colonnello?» La voce era attutita dai drappi mimetici che costituivano la porta d’accesso alla stanza adibita a quartier generale. Poco più che quattro pareti e un tetto con varie crepe pronte a esplodere, facendo collassare l’intera struttura. «Vieni avanti, Siniscalco.» Il Colonnello Van Horst sollevò lo sguardo dalla mappa che aveva innanzi e che ritraeva un mondo che non c’era più da secoli. La luce penetrò squarciando l’aria fumosa della stanzetta, mentre il Siniscalco Ranigler entrava e accennava un colpo di tosse inalando l’afrore di tabacco scadente che la impregnava. Van Horst non lambì neppure l’idea di spegnere il sigaro il cui fumo tormentava i polmoni malati dell’ometto. «Quali nuove, Siniscalco?» Ranigler si mise a sedere iniziando a sfogliare appunti confusi. «Il Rabdomante è preoccupato. Il livello delle nostre scorte d’acqua è in rapida diminuzione. Le cisterne 15 e 25 sono esaurit…» «Non c’era bisogno della competenze di Soho, per immaginarlo.» lo interruppe il colonnello. Ranigler l’osservò dubbioso. «Dannazione, stiamo armando un esercito, dobbiamo pur mantenerle in vita queste reclute, no?» «Sicuro, Colonnello, ciò non toglie che non potremo andare avanti ancora a lungo.» «E allora che si ingegni il Rabdomante a trovare nuove bolle! Non siamo ancora pronti. I nostri avi colonizzarono un territorio ostile, in condizioni avverse. Se ce l’hanno fatta loro perché non dovremo riuscirci noi?» Il Siniscalco era sul punto di rispondere che al tempo i boeri non avevano dovuto affrontare l’assenza totale d’acqua che affliggeva il mondo attuale, ma preferì tacere per non indispettire Van Horst. «La spedizione a caccia dei pastori del deserto ha fatto ritorno?» proseguì l’ufficiale. «In realtà siamo ancora in attesa. I radar ci hanno segnalato una tempesta in quella zona.» «Dannazione, hai del coraggio a chiamare radar quell’ammasso di ferraglia.» bofonchiò il Colonello congedando con un gesto della mano callosa l’ometto. Rimasto solo, Van Horst tornò a concentrarsi sulla mappa, lo sguardo attratto ossessivamente dalla Fossa delle Marianne, il più ampio bacino d’acqua potabile rimasto sulla terra, un paradiso difeso da demoni che ne impedivano l’accesso. Sorrise, pensando che presto i suoi afrikaner avrebbero rispedito quegli esseri indegni all’inferno. Lui avrebbe gestito quella risorsa in modo equo, ripristinando un po’ d’ordine nel caotico inferno in cui il mondo pareva essere sprofondato.

Capitolo 5 – Van Horst

Il Colonnello Van Horst era molto interessato al nuovo arrivato. Non amava un granché le persone dalla pelle scura ma, a differenza di molti dei suoi sottoposti, non li considerava una razza inferiore. Solo evitava di averci a che fare. Anche la sua famiglia, originaria olandese, non si era mai immischiata con faccende razziali ed era sempre stata per conto proprio, gestendo i propri affari in serenità. Ma da quando la grande siccità era cominciata le cose erano cambiate e molto. Il giovane Van Horst si arruolò nelle truppe speciali del Sudafrica dove militò per diversi anni e apprese tutto il possibile sull’arte della guerra e del comando. Dopo la fine dei conflitti costituì, insieme ad alcuni suoi ex-commilitoni, una specie di esercito privato con il fine di portare l’umanità in un periodo di pace e prosperità. A volte si domandava se per ottenere la pace fosse necessario l’uso della violenza, ma il suo ruolo non gli permetteva di porsi troppi dubbi esistenziali. La popolazione di afrikaner era diminuita velocemente perché nonostante la tecnologia di cui disponevano non riuscivano a trovare l’acqua. I neri invece utilizzavano tecniche antiche e arcaiche, magia oscura, vodoo o chissà quale diavoleria. Fatto sta che loro riuscivano a sopravvivere meglio dei bianchi. Il rabdomante che stavano utilizzando era vecchio e presto non sarebbe più riuscito a svolgere il suo importantissimo ruolo. Se non era in grado di trovare l’acqua per l’esercito di Nuova Pretoria era solo un peso, una bocca da sfamare, una gola assetata e secca che nessuno si sarebbe mai preso la briga di idratare. In più era di un’altra razza e negli ultimi tempi erano nate delle storie che incolpavano i neri per la scomparsa degli oceani. Verità o fantasia a Van Horst non importava un bel niente fintanto che fosse riuscito a portare avanti la sua personale lotta contro il mondo. «Il prigioniero si è destato, Colonnello.» la guardia era sull’attenti, in attesa di ordini. Van Horst notò con tristezza la magrezza del suo soldato, eppure era solo grazie a lui che quell’uomo malnutrito era vivo, così come tutti gli altri. «Riposo, soldato. Preparate il nostro ospite e portatemelo qui, dobbiamo capire se ha le capacità che cerchiamo e se sarà disposto» fece una pausa e un sorriso «a prestare servizio per il nostro glorioso esercito.» Ranigler era seduto alla sua scrivania, alzò un sopracciglio prima di rituffare lo sguardo nella mappa che avevano requisito, in cerca di chissà quali tesori che non avrebbe trovato.

Capitolo 7 – Cambio della guardia

Soho sapeva. Aveva visto mentre chiudevano l’uomo nella casupola dopo averlo diviso dal resto del bottino umano conquistato con la spedizione al villaggio dei pastori del deserto. Aveva intravisto il capo della pattuglia consegnare a Van Horst in persona i miseri averi di quel nero speciale e per un istante aveva colto il balenare della cupidigia sul volto austero del Colonnello quando il nastro rosso aveva fatto capolino da quelle misere cianfrusaglie. Ora non era più il solo Rabdomante di Nuova Pretoria e il suo nuovo collega era molto più giovane di lui. Il vento turbinava con furia sulle saracinesche abbassate della celletta che vibravano inondando la stanza di uno sferragliare metallico indisponente. Anche lui, come pochi altri, aveva il privilegio di poter vivere all’esterno, non come la massa dei sudditi del Colonnello, rinchiusi come topi nel sottosuolo. Ma quale dei suoi privilegi sarebbe stato il primo a sparire, ora che non era più indispensabile? Quanto ci avrebbe messo Van Horst a giudicarlo come l’ennesima bocca da irrorare? Una bocca sdentata, incapace di azzannare e combattere e quindi inutile ai suoi fini di conquista. L’ululato del vento pareva il verso di una belva festante, che lo scherniva prima di balzargli addosso e divorarlo. Cosa poteva fare? Non aveva le forze per mettersi in cammino, per cercare una nuova tribù o qualche altro leader da servire. Sarebbe stato apprezzato altrove, i suoi servigi erano ancora inestimabili, ma il Colonnello aveva fatto terra bruciata per miglia e miglia intorno a Nuova Pretoria. Dove poteva andare? E con che speranze? Forse il nuovo arrivato non si sarebbe dimostrato collaborativo. C’era anche questa possibilità. No, Soho sapeva di illudersi. Certo l’uomo sembrava appartenere a qualche tribù del nord, ancorata agli antichi usi, ma non poteva sperare che si rifiutasse di cedere alle lusinghe di Van Horst. Il bastardo boero lo avrebbe corrotto in tutti i modi possibili, lo avrebbe coccolato, trattato con i guanti di velluto, gli avrebbe dato donne, cibo e acqua, almeno finché gli fosse servito. No, Soho sapeva che per mantenere i diritti che si era conquistato servendo Nuova Pretoria avrebbe dovuto agire in prima persona e in fretta.

Capitolo 9 – Soho

La giovinezza di Soho non era stata più dura di quella dei suoi coetanei. Quando era venuto al mondo le riserve d’acqua erano già quasi esaurite, le guerre per il possesso delle ultime pozze in superficie erano terminate con un’enorme perdita di vite umane e la completa distruzione di intere aree metropolitane. Le città erano state per millenni luoghi di aggregazione dove gli esseri umani si erano accalcati dimenticando le proprie origini, dimenticando la terra. Quando il caos fu così grande da costringere le persone a un esodo verso le campagne, nessuno sapeva come sopravvivere nel nuovo ambiente. La scarsità d’acqua e di vegetazione era impressionante e in pochissimi anni ogni trasporto di merci fu abbandonato perché non fu più possibile estrarre carburante. Non c’era più niente, nessuna risorsa e i cittadini che avevano sempre vissuto una vita agiata e facilitata si ritrovarono in un inferno fatto di terreni aridi e polvere. La famiglia di Soho era emigrata dall’ex territorio del Sudan, alla ricerca di un posto che potesse accoglierla e dove ci fosse qualche speranza di sopravvivere. A quel tempo si era già ripreso a viaggiare a piedi e sua madre era una donna sola, si camminava per giorni e ci si fermava solo quando il sole era troppo caldo per proseguire. La donna viaggiava insieme ad altri nomadi, ma quando arrivò il momento del parto la abbandonarono al proprio destino. La madre di Soho morì dandolo alla luce. Il bambino pianse per due giorni prima che una tribù di basarwa erranti incrociò quella via e decise di adottarlo. La nuova famiglia di Soho si prese cura di lui e lo istruì nell’arte dei cercatori d’acqua. Il bambino era molto portato e fin da quando era molto piccolo il rabdomante della tribù lo prese sotto la sua guida. Da lì in avanti il piccolo uomo aveva costruito la propria fortuna, che finì il giorno in cui incontrò il Colonnello Van Horst. «Devo pensare a un piano» disse tra sé digrignando i denti e stringendo il nastro rosso di Thabo tra le mani aride. La sua ansia stava crescendo, il timore di essere dimenticato, di non aver più alcun valore, lo terrorizzava. Per lui poteva significare la fine del viaggio e non si sentiva ancora pronto per incontrare i suoi avi. Non aveva mai fatto del male a nessuno, almeno non volontariamente, ma era pronto a tutto pur di mantenere il suo ruolo nella ricostituita società di Nuova Pretoria. Si destò dai propri pensieri, rendendosi conto che stava stringendo il nastro rosso così forte da perdere la sensibilità alle dita.

Capitolo 11 – Due rabdomanti

Per Thabo era come essere finito su un pianeta alieno. Nuova Pretoria era un insediamento che mai avrebbe pensato potesse esistere.
Certo da ogni particolare si capiva che i fasti di un tempo erano passati da un pezzo, gran parte delle case in superficie non erano altro che un ammasso di ruderi, lamiere contorte e covi di immondizia, ma considerando le cave sotterranee, il numero di persone che vi risiedeva era incredibile.
«Il Colonnello è stato abile a mostrarti quanto di buono c’è nel suo impero, ma non tutto quel che tocca si muta in oro. Hai visto il trattamento che ha riservato al villaggio dei nomadi del deserto? E quello che ha fatto a te?»
La voce di Soho lo fece sobbalzare, riportandolo alla realtà.
Il rabdomante lo stava conducendo alle cisterne, per iniziare a insegnargli come funzionava il sistema di distribuzione della cittadella.
«Il villaggio è stato distrutto dalla tempesta di sabbia. I soldati di Van Horst erano li per portar soccorso. Mi hanno creduto un predone, per quello mi hanno colpito.»
L’uomo l’osservò come se innanzi avesse un mentecatto.
«Così ti hanno detto?»
Thabo si limitò a dare una scrollata di spalle.
«Credi davvero che Van Horst sia un benefattore intento ad aiutare più persone possibile?»
«Mi ha confessato di salvare le persone anche contro la loro volontà, perché oramai la gente non ha più speranza e men che meno fiducia.» ribadì l’ultimo arrivato.
«E tu gli hai creduto?»
Thabo non era stupido, ma era ben deciso a mostrarsi tale. Era un rivale per Soho e non intendeva mostrargli la sua reale natura. L’atteggiamento dell’anziano rabdomante non lo convinceva minimamente. La sua condiscendenza suonava pericolosa quanto il cantico di una sirena.
Avrebbe tenuto un basso profilo, così come aveva fatto credere a Van Horst di essersi bevuto le sue frottole.
«Perché non avrei dovuto? I fatti li avevo sotto gli occhi. La gente lo rispetta e lui fornisce loro tutto ciò di cui hanno bisogno chiedendo in cambio solo il loro lavoro.»
All’anziano sfuggì una risata beffarda, alla quale Thabo finse di risentirsi fermandosi in mezzo alla strada polverosa che stavano percorrendo.
«Beh, che ti prende?» chiese Soho.
«Non intendo farmi prendere in giro. Perché sputi nel piatto in cui mangi, vecchio?»
«Non so dove tu sia vissuto sino ora, figliolo, ma parrebbe in un paradiso in cui ipocrisia e menzogne non esistono, in cui tutti vanno d’amore e d’accordo e in cui il prossimo è sempre un amico con cui condividere il desco.» ghignò l’anziano pregustando la pochezza del proprio avversario.
Thabo purtroppo sapeva sin troppo bene che il luogo in cui era vissuto era l’esatto contrario, per quello non si sarebbe fatto fregare tanto facilmente.

Capitolo 13 – Il potere

Al vecchio rabdomante era stato ordinato di accompagnare Thabo nelle gallerie più profonde della Repubblica di Nuova Pretoria, doveva mostrargli le riserve acquifere rimaste e farsi aiutare nella ricerca di nuove fonti. Questo, agli occhi dell’anziano, era un modo per capire quale di loro due sarebbe sopravvissuto.
Il primo a trovare una nuova fonte sarebbe stato salvo, l’altro considerato un peso inutile. Il nuovo ragazzo non sembrava aver colto quel dettaglio e si mostrava felice di poter dare una mano.
Sottoterra la luce era un bene prezioso tanto quanto l’acqua. Senza una lampada a olio o una candela il rischio di perdersi nel dedalo di gallerie era molto alto e nessuno si sarebbe mai preso la briga di cercare un disperso. La luce la portava Soho e Thabo lo seguiva a pochi passi di distanza.
Il suolo era scosceso e sconnesso, l’aria quasi irrespirabile e il senso di occlusione faceva girare la testa. Ma era l’unico modo per sopravvivere o quantomeno era l’unica speranza.
Dopo diversi minuti di cammino la strada si fece più liscia e capitolò in una enorme grotta.
«Eccoci» Soho alzò la lanterna, cercando invano di illuminare tutto l’ambiente circostante.
«Questo è quello che resta delle “immense” riserve d’acqua di Nuova Pretoria.»
Thabo alzò lo sguardo e vide una bolla d’acqua poco più grande di un minivan galleggiare a cinquanta metri d’altezza schiacciata contro il soffitto levigato.
Benché si trattasse di un’enorme quantità per un uomo solo, il ragazzo si rese subito conto che non sarebbe durata neppure un mese per l’insediamento di Nuova Pretoria.
Soho sedette a gambe incrociate e tirò fuori dalle vesti un coltello con il manico in osso decorato. Thabo indietreggiò, temendo il peggio, ma poi l’uomo chiuse gli occhi e iniziò a respirare profondamente.
«Non temere, ragazzo. Ogni rabdomante ha un suo sistema per “fiutare l’acqua” e questo è il mio.» L’oggetto che stringeva tra le mani era la sua guida nell’oscurità, un faro nella notte. Dopo alcuni istanti una luce azzurra iniziò a filtrare dalla bolla limpida.
Il feticcio di Thabo era un nastro rosso, quello di Soho il coltello, ma il risultato era il medesimo. Dopo poco il vecchio aprì gli occhi e la luce eterea svanì.
«Bene, io ti ho mostrato quello che so fare, ora tocca a te.» suonava come una sfida, ma Soho era avvantaggiato perché conosceva bene le gallerie e le riserve del territorio.
«Hanno sequestrato il mio nastro.» si oppose.
«Eccolo.» Il Rabdomante ufficiale lo sfilò da una manica «mi sono premunito che il tuo segreto rimanesse tale.»

Capitolo 15 – Sottosuolo

Camminavano da ore in quei budelli bui esplorando zone mai battute prima. Soho era in silenzio, all’apparenza concentrato sullo scandagliare la zona in cerca di possibili bolle. Thabo però non era tranquillo.
Quanto voleva spingersi in là, il vecchio? Se la lampada a olio si fosse spenta quelle gallerie sarebbero divenute la loro tomba. L’aria era rarefatta e lui non desiderava altro che rivedere la luce del sole. Soffrire l’arsura dell’esterno non era piacevole, ma era il suo mondo. Questo sotterraneo, per quanto lo riguardava apparteneva ai morti.
C’era qualcosa là sotto che lo inquietava anche se non riusciva a spiegarsi quella sensazione che gli impediva di concentrarsi a propria volta sulla loro missione e soprattutto sul dimostrare al colonnello il proprio valore.
Il vecchio rabdomante aveva rallentato il passo incalzante. Sembrava fiutasse l’aria, anche se lui non sentiva nulla. Fece ancora una decina di passi, poi si fermò di colpo, il coltello proteso in alto a indicare una zona precisa nell’ampio androne nel quale erano penetrati.
Thabo scrutò senza però percepire nulla e solo quando Soho diresse la luce della lampada in quella direzione una bolla d’acqua si rivelò al suo sguardo. Il giovane rimase a bocca aperta a osservare la pozza galleggiante, mentre Soho lo guardava confuso.
«Ebbene, ragazzo? Il tuo potere è svanito, oppure non è mai esistito?»
Il rabdomante era compiaciuto nel vede lo sconcerto che aveva impalato Thabo.
«Non credo il colonnello sarà contento del tuo operato. Aveva riposto grandi speranze in te.»
A quelle parole il nuovo arrivato si scosse, dirigendosi a passi decisi verso la bolla. Arrivatovi sotto estrasse il proprio feticcio e, dopo essersi inginocchiato, iniziò a salmodiare delle frasi in una lingua sconosciuta.
Soho lo guardava con disprezzo, ritenendo quella scenetta una pantomima ridicola.
Thabo si alzò e lo fissò dritto negli occhi.
«È contaminata. Non possiamo utilizzarla, solo per quello non l’ho percepita prima.»

Capitolo 16 – Inaccettabile —>

Capitolo 17 – Zolfo

Durante il percorso di ritorno Thabo aveva esortato il vecchio rabdomante a desistere. Sapeva che la sete rende le persone incaute. Per questa ragione gli era stato insegnato a non rivelare la posizione di fonti contaminate.
Senza l’acqua avevano qualche possibilità di cavarsela, ma se ne bevevano di avvelenata non avrebbero avuto alcuno scampo.
Il problema non erano batteri, metalli pesanti o sostanze chimiche. Gli uomini del deserto avevano imparato da anni a purificare il prezioso liquido dalle sostanze “impure”, ma non potevano filtrare le radiazioni.
Soho non gli dava retta, sembrava avere fretta di incontrare il Colonnello, forse voleva arrivare per primo e vantarsi della sua scoperta, di certo non gli avrebbe permesso di rovinargli la festa.
Il percorso di ritorno era più sconnesso di quanto si ricordasse e stava iniziando a perdere l’orientamento in quelle dannate grotte. Il vecchio però sembrava non notarlo e affrettava il passo.
«Ma stiamo andando giù o su?» il ragazzo era confuso e più procedevano meno si sentiva al sicuro. Aveva come un sesto senso per certe cose, forse quella era la ragione per cui era sopravvissuto tanti anni.
La luce della lanterna si stava affievolendo, avevano indugiato troppo per i cunicoli e se non fossero riemersi in poco tempo sarebbe stata la fine.
Soho sorrideva, rispetto a qualche ora prima appariva molto più sereno. Il tempo passava impietoso e il buio avanzava verso di loro. Thabo ormai era sicuro che la direzione non fosse quella giusta, ma non poteva opporsi. Iniziò a sentire odore di uova marce e poteva significare una sola cosa: zolfo. Lungo la galleria che stavano percorrendo doveva essercene una gran quantità, ma dove lo stava portando?
«Sai ragazzo» Soho soppesava le parole come se stesse scegliendo il proiettile migliore per uccidere un grosso animale «non ho avuto una vita facile.»
Thabo non disse nulla, ma guardò il rabdomante dietro la nuca continuando a camminare «Conoscere Van Horst è stata la mia fortuna, grazie a lui ho potuto mettere a frutto le mie doti naturali e insieme abbiamo salvato molte persone dalla sete. Diciamo che abbiamo giovato della collaborazione traendone reciproco profitto.»
Non era chiaro cosa volesse dire, ma lasciava trasparire che non si sarebbe lasciato spodestare senza combattere, almeno a modo suo. Forse anche il percorso era parte della minaccia, avrebbe potuto liberarsi facilmente di lui. Ma quando la preoccupazione di Thabo raggiunse il massimo un fascio di luce trafisse l’oscurità.

Capitolo 19 – Doppio gioco

La luce stava venendo loro incontro, velocemente. Iniziava a sentirsi anche il rimbombo di diversi stivali chiodati sul suolo di pietra.
Thabo guardò l’anziano rabdomante, ma non scorse agitazione in lui, anzi all’improvviso vide spuntare un sorriso sdentato.
«Vedi, Thabo, tu sei un problema, non solo per me, ma anche per loro.»
«Di che parli, Soho? E chi sono loro?»
A quel punto quattro uomini presero forma dal buio circostante, illuminati dalla lampada del rabdomante.
«Chi ti sei portato appresso, vecchio?» chiese uno del gruppetto scrutando in tralice Thabo.
«Bella domanda, Jens, peccato che la risposta non ti piacerà e ti anticipo subito che non ho alcuna colpa. Il qui presente è un nuovo protetto di Van Horst. Sembra che sia un rabdomante, non particolarmente dotato.»
Il soldato gli puntò la lampada sul viso, accecandolo.
«E cosa ne pensi, Soho, gli hai accennato qualcosa?»
«Stai scherzando? Sai che la mia vita è appesa a un filo, sai i rischi che corro ogni volta che vengo quaggiù. Ho dovuto portarmelo appresso solo perché avevamo già fissato l’incontro.»
«Non avevi alternative, certo, altrimenti avremmo creduto ti avessero scoperto. A quest’ora poi Van Horst si sarà fatto sospettoso dopo lo scherzetto che gli ha orchestrato Franky.»
Thabo non capiva nulla di quello che stava accadendo, ma il fatto che i compari di Soho fossero armati gli consigliò di rimanersene zitto. Gli era chiaro comunque che il rabdomante stesse complottando contro il colonnello.
«Ad ogni modo» riprese il militare «è ora di procedere con il piano. Il Triumviro Rudolf ha dato il suo assenso.»
Il volto di Soho si accigliò, gli occhi che sparivano sotto l’ombra delle folte sopracciglia.
«Che ti succede, vecchio? Lo sapevi che questo giorno sarebbe arrivato. Dei sacrifici sono necessari per portare il progresso, sempre. Indebolire il nemico prima di attaccarlo è una strategia che ha sempre pagato. Spero non avrai tentennamenti proprio ora.»
«Non temere.» rispose Soho con un filo di voce.
L’illuminazione che il rabdomante sapesse benissimo che l’acqua trovata fosse contaminata fulminò Thabo. Inorridì al pensiero della strage e delle immani sofferenze cui sarebbero andati incontro i cittadini di Nuova Pretoria se realmente Soho avesse segnalato loro la fonte. Ci avrebbero messo settimane a capire e ormai sarebbe stato troppo tardi per salvarsi.
Il soldato di nome Jens tornò a concentrare la propria attenzione su di lui.
«Allora ragazzo, se non sei stupido come sembrerebbe dal tuo brutto muso, avrai capito che non uscirai vivo di qui se non deciderai con chi schierarti, giusto?»

Capitolo 21 – Grotta

La situazione nella quale era incastrato Thabo sembrava non avere alcuna via d’uscita. Se avesse cercato di salvare la gente di Nuova Pretoria, i guerriglieri del triumviro Rudolf lo avrebbero ucciso. Avvisando Van Horst sarebbero morti Soho, Jens e molti altri in cerca di libertà.
Per lui la vita era sacra, non era una questione di salvare uno o molti, non poteva sopportare che la morte di qualcuno pesasse sulla sua coscienza.
«Soho, ascoltami» continuava a dire «tu lo sai che è sbagliato, lo leggo nei tuoi occhi.»
«Non posso lasciar morire i miei fratelli, sono anni che aspettiamo un’occasione come questa, non possiamo sprecarla.»
Thabo iniziò a domandarsi cosa li spingesse a tanto. Cosa era stato in grado di offrirgli Rudolf più di Van Horst?
Quando raggiunsero il campo il Colonnello era appena rientrato.
Soho trascinò il giovane rabdomante dietro di sé, minacciandolo di una morte orrenda se avesse lasciato trapelare il segreto.
Il Colonnello aveva un’aria truce e rabbiosa, all’arrivo dei due esordì: «Ecco i miei due rabdomanti, spero per voi che abbiate buone notizie.»
«In effetti si» Soho vestiva un sorriso forzato «durante la nostra perlustrazione nel settore est ho trovato una nuova fonte.»
«Come si è comportato il ragazzo?» chiese Ranigler, rubando le parole a Van Horst.
«Ha delle qualità, ma è ancora giovane. Con la mia guida potrebbe diventare davvero in gamba.» Thabo si stupì di quella gentilezza, avrebbe potuto liberarsi di lui, accusarlo, renderlo inutile agli occhi del Colonnello, ma non lo fece. Avrebbe voluto aprire bocca, raccontare che la fonte era avvelenata e che sarebbero morti tutti nel giro di pochi giorni, ma non ci riuscì.
Eppure c’erano troppe vite in ballo, doveva escogitare qualcosa. Voleva fuggire, ma non poteva farlo, voleva parlare, ma non poteva farlo.
Mentre scendevano nelle gallerie con Van Horst e alcuni soldati sentiva ribollire il sangue nelle vene, il nastro rosso che stringeva tra le dita quasi gli bruciava la pelle e gli girava la testa.
«É magnifica» disse d’un tratto il Colonnello, vedendo la bolla d’acqua scivolare sul soffitto della grotta.
A quel punto il potere di Thabo era così intenso da non riuscire più a trattenerlo, i suoi occhi scuri trasmutarono in un azzurro cielo e la fonte prese la stessa tonalità.
Soho notò subito che qualcosa non andava, ma non riuscì a reagire abbastanza velocemente.
Il giovane pronunciò alcune parole senza un significato apparente, l’acqua si mosse, si strinse e si schiacciò sul soffitto, come compressa da una forza invisibile.

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