SUPER (Racconto gratuito)

Copertina del racconto "SUPER"

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Formati: ebook

  • Il Messaggero è un supereroe diverso dal solito, non è bello, non è in forma ed è un alcolista. Un personaggio dall’animo tormentato, ma profondamente buono e desideroso di giustizia. Il suo antagonista è un uomo malvagio dotato di straordinari poteri e a capo di un’enorme organizzazione criminale.

    La lotta tra bene e male è inevitabile.

  • SUPER

    L’eroe della notte

    L’uomo mascherato guardava la città dall’alto della sua postazione. Era accovacciato in cima a un palazzo e vigilava sulle strade sottostanti prestando la massima attenzione anche al più piccolo dettaglio. Intanto stringeva i suoi piccoli occhi neri, sforzandosi per vedere più lontano. Gli veniva naturale riuscire a riconoscere le figure, anche quando erano occultate nel buio più profondo. I muscoli erano tesi e il cuore gli batteva forte nel petto. Si sentiva pronto a scattare e l’adrenalina lo rendeva ancora più impulsivo di quanto non fosse già. A quell’altezza il vento ti spinge, cerca di buttarti giù, gioca con te come fa in autunno con le ultime foglie ancora attaccate ai rami. L’eroe di vedetta portava una maschera nera, da vero vendicatore. Gli era sempre piaciuta e sapeva per certo che incuteva terrore puro nelle menti dei suoi nemici. I criminali potevano notarla appena, prima di essere posti in stato di impotenza e quando succedeva bastava un battito di ciglia perché provassero un brivido attraversargli la spina dorsale. La maschera lo faceva sentire al sicuro, tranquillo. Quando la indossava niente lo poteva ferire, si trasformava in un pensiero libero che vagava nella notte. Quel piccolo pezzetto di cuoio rigido lo proteggeva e lo rendeva una persona completamente differente. Non era più il banale impiegato d’ufficio che passava il tempo a contare i minuti che intercorrevano tra le nove e le diciotto. Non doveva più sottostare alle regole degli altri, ma poteva vivere secondo il suo cuore al cento per cento.

    Ma quante dannate domande portava nel suo spirito martoriato solo lui poteva saperlo. Spesso si chiedeva se il suo vero e autentico io fosse l’eroe o se invece dovesse smetterla con quelle sciocchezze e iniziare a condurre una vita semplice e standardizzata. Il suo non era un ruolo normale, non era una persona normale e nonostante combattesse il male non si sentiva una brava persona. Forse perché non era mai stato ufficializzato e riconosciuto dalle forze dell’ordine, forse per i suoi metodi violenti, ma quando devi trattare con i peggiori criminali non hai il tempo di stare attento a ogni particolare. Suo padre invece, lui sì che era stato un brav’uomo. Si era rotto la schiena tutta la vita, aveva lavorato per mantenere sua moglie e due bambini. A testa bassa, casa, lavoro, chiesa. Il suo vecchio era il pezzo di un puzzle composto da milioni di pezzi, tutti simili per quanto variassero di colore, dimensione, forma. Lui invece non faceva parte del puzzle, non si poteva inserire in nessuna curva. Era più un pezzo di cartone accartocciato e bruciato, che non aveva niente in comune con il mondo nel quale si trovava.

    Non sono mai esistite scuole per supereroi, non ci sono manuali da seguire e sopratutto non ci sono regole. E nemmeno ci si nasce. Ci si diventa. Lui si era trovato in quella situazione senza volerlo davvero, quasi costretto a fare il buono a ogni costo. Una serie di fatti causali, qualche piccolo particolare di differenza e sarebbe potuto essere un dannato criminale. Ma in fondo gli piaceva ripulire le strade dal male, sopratutto dai super criminali dato che i delinquenti comuni non rappresentavano una sfida decente. Ma nonostante questo continuava a nutrire molti dubbi sulla sua attività notturna: era lecita? era quello il suo vero obiettivo?

    Scrutava l’orizzonte merlato di palazzi grigi cercando di ignorare questi pensieri, sperando di trovare una distrazione appropriata per quei quartieri malfamati. Aguzzò la vista: piccoli delinquenti, spacciatori e borseggiatori. Niente che potesse stimolare la sua attenzione. Anzi c’era solo il rischio di fare del male lavorando con i pesci piccoli. In fondo erano persone che tiravano a campare come meglio potevano. D’altra parte il tasso di disoccupazione era alle stelle e chi si trovava già in difficoltà prima della crisi rischiava davvero di morire di fame. Questo lo capiva bene, anche per un supereroe ci sono malefatte a fin di bene. La legge non prevede ignoranza, ma a volte bisogna ignorare la legge per poter vivere. Capita spesso che la linea di demarcazione tra bene e male non sia così ben definita, ma ci sono molte sfumature tra il bianco e il nero. Le sue azioni non potevano che grattare la superficie e limitare i danni dei super-cattivi, ma la gente comune soffriva di una profonda depressione e senso di non appartenenza a uno stato malato di corruzione. Contro i problemi sociali non poteva fare nulla e la criminalità continuava a rafforzarsi. Quindi i problemi sarebbero continuati all’infinito rendendo vano il suo operato. Lo sapeva bene e per questa ragione si sentiva inutile. Stava combattendo contro i mulini a vento e chi prima di lui ci aveva provato non era finito bene. Ogni volta che arrivava a fare questi pensieri si domandava se vestire un mantello nero e una maschera facesse di lui un eroe. Catturare qualche delinquente era davvero una vittoria? A cosa sarebbe servito in fondo? Non si era mai considerato un gran pensatore, quindi si richiuse nella sua cappa per ripararsi dal vento che senza sosta continuava a spingerlo verso il vuoto.

    Con un suono sordo stappò una piccola fialetta che portava alla cintura e fece un lungo sorso. Da un po’ di tempo aveva cominciato a bere per attenuare la noia. Sapeva che non era un comportamento adatto a un supereroe, ma non stava bene, almeno non abbastanza da esercitare con serenità la sua professione segreta. Per fortuna però, il suo turno era quasi finito, presto sarebbe arrivato “il Falco” a dargli il cambio. In città convivevano infatti due supereroi, o come amava definirli un giornale locale “i due super-errori della società”. Qualcuno li amava e qualcuno no.

    «Non si può piacere a tutti» disse fra sé facendo un altro sorso di rum. Il sapore dell’alcol era forte, ma la sua bocca era ormai abbastanza anestetizzata da permettergli di far scorrere giù il liquore senza fargli fare particolari smorfie. Poi ci fu un forte rumore di ali, segno inequivocabile che il Falco era appena atterrato alle sue spalle.

    «Ehilà “Messaggero”, vedo che hai ripreso a bere. C’è qualcosa ti turba?»

    L’eroe vestito di nero non si voltò per salutare il Falco. Detestava quella voce stridula e il fatto stesso che in città ci fosse un altro tutore della legge a parte lui. Era invidioso perché il pennuto era amato dalla gente più di quanto lui lo fosse mai stato. Il suo costume era più colorato e divertente e i bambini lo ammiravano, i ragazzi lo prendevano come figura di riferimento, gli anziani si sentivano protetti sapendolo all’opera ogni singola notte e pertanto si concedevano sei sonni sereni. Era, senza ombra di dubbio, un brav’uomo e un ottimo collaboratore per la giustizia. Spesso compariva nei notiziari e rassegne stampa a fianco di magistrati e politici, uomini di legge, attori e a volte partecipava addirittura ai talk-show notturni. Ma il Messaggero proprio non lo reggeva. La stessa presenza di quel fantoccio con le ali era in grado di turbare la già misera quiete di cui l’eroe con la maschera nera disponeva.

    «Non mi sono mai piaciute le giornate ventose, fa freddo e i criminali si rintanano in casa. Zero divertimento.»

    Il nuovo arrivato gli diede una poderosa pacca sulla spalla: «lascia fare a me, vedrai che domani i giornali riporteranno delle notizie esaltanti su di noi.» Aveva enfatizzato anche troppo quel “noi”, di sicuro lo aveva fatto apposta.

    “Pennuto bastardo” pensò il Messaggero.

    «Bene» disse alzandosi da quella scomoda posizione, accovacciato sul cornicione del palazzo «allora ti lascio il campo libero e domani mattina eviterò di leggere il giornale.» Pronunciò le parole con tutto il disprezzo di cui era capace, grattandosi la chiappa destra ormai intorpidita dal freddo.

    «Su su, non fare così, siamo colleghi in fondo, no?» il Falco sfoderò un sorriso smagliante, bianco, luminoso, perfetto. Aveva i denti dritti, un fisico invidiabile, enormi successi alle spalle. Le donne cadevano ai suoi piedi e gli uomini di quelle stesse donne detestavano il Falco più di ogni altra cosa, ma non riuscivano a portargli rancore dato che era solo grazie a lui che la città stava vivendo un lungo periodo di pace. Inoltre era così bello e perfetto, era chiaro a chiunque che non si poteva competere con uno così.

    «Tu e io non siamo colleghi.» pronunciò con astio «Non siamo amici» concluse. «É per puro caso che viviamo nella stessa città e il destino spesso gioca dei brutti tiri.» Detto questo si lanciò giù dal grattacielo, lasciando il posto al Falco e al suo sorriso beffardo.

    Atterrò sul marciapiede con la sua solita posa plastica. Ci aveva messo anni a perfezionare la discesa e quella stupenda posizione che incuteva rispetto e dimostrava un’enorme forza fisica. Purtroppo non c’era nessuno per strada, così si dovette accontentare di guardare la sua stessa figura riflessa nel vetro a specchio dell’hotel sul quale era appollaiato fino a poco prima. Alzò le spalle e inforcò la sua moto modificata. Corse a casa ignorando segnali di stop e semafori. Era veloce, voleva lasciarsi alle spalle quella tremenda serata. Una volta arrivato a casa abbandonò a terra il suo costume. Se lo sfilò subito dietro l’ingresso per poi buttarsi sotto la doccia. L’acqua calda gli scorreva addosso, lavando via i cattivi pensieri e il freddo accumulato stando di vedetta sul cornicione. Aveva un fisico scolpito e massiccio, ma non perfetto come quello del Falco. Gli anni iniziavano a farsi sentire gli si era formato un leggero strato di grasso sull’addome e sui fianchi. Il suo preparatore atletico diceva che era normale, che non poteva farci niente e doveva volersi bene per quello che era. Ma a lui sembravano tutte scuse, magre consolazioni che non si permetteva di accettare. Dentro si sentiva ancora il ragazzo che venti anni prima aveva iniziato a lottare contro i malvagi. Era passato tanto tempo, si guardava allo specchio e vedeva le rughe solcargli il viso, la barba sfatta e gli occhi tristi. Le cose erano cambiate così in fretta. Non riusciva ad accettarlo.

    «Il tempo vola» si disse per rincuorarsi, mentre indossava il pigiama. Non si preoccupò di sistemare o nascondere il suo equipaggiamento, prese una birra dal frigo e si abbandonò sul divano a guardare la TV. Stavano trasmettendo una serie poliziesca che gli piaceva molto, così distese le gambe e lasciò che il sonno lo ghermisse.

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