Roulette russa (Racconto gratuito)

roulette

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Formati: ebook

  • Quattro uomini, una pistola, tre proiettili.

    Quando premi il grilletto la vita ti passa davanti come in un film. Ciascuno ha i suoi segreti, le sue motivazioni, una storia da narrare.

  • Roulette russa

    La paura

    “É solo un gioco” continuava a ripetersi Salvatore mentre entrava nella stanzetta immersa nella penombra. L’ambiente era spoglio, asciutto, essenziale. Appena arrivato notò subito l’arma posata sul tavolaccio di legno massello, in noce scuro così come le sedie. Era una revolver Nagant M1895, un classico per quel tipo di gioco. Chi aveva organizzato l’incontro non aveva lasciato nulla al caso, ogni dettaglio era studiato per somigliare al libro di Mikhail Lermontov.

    Lui era l’ultimo a dover prendere posto, sapeva che se fosse andata male non si sarebbe più alzato. Nel frattempo una mosca stava volando annoiata sopra i quattro bicchieri di burbon. Nessuno degli uomini si mosse per scacciarla e nessuno fece alcun cenno di saluto nei confronti del nuovo arrivato. Una leggera cappa di fumo aleggiava nella stanza, proveniva da un paio di grossi sigari ancora accesi, appoggiati su un posacenere di vetro verde al centro del tavolo.

    Uno degli uomini aveva un’aria da vero duro, il suo viso era aspro e sfoggiava una lunga cicatrice sulla guancia. Aveva un tatuaggio nero sul collo di cui si intravedeva solo una parte, un mastino a tre teste che ringhia rabbioso, realizzato così bene da sembrare vivo. Incrociò lo sguardo di Salvatore solo per qualche istante e accennando un falso sorriso. Alla destra del duro c’era un ragazzo giovane che mostrava un viso molto sicuro di sé. Sembrava ansioso di incominciare la partita e guardava la pistola con gli occhi di un bambino innamorato. Fece un sorso dal bicchiere smuovendo il ghiaccio all’interno. Il silenzio era tale che si riuscì a percepire il rumore dei cubetti cozzare sul vetro. Quando lo ripose Salvatore si voltò per osservare l’ultimo giocatore. Era forse il più strano tra i presenti, anch’egli guardava la pistola, ma si percepiva in modo netto il terrore che stava provando. Per un giocatore esperto sarebbe stato facile sentire l’odore della morte su di lui. Fremeva, sfregava le mani sui blue-jeans, dava l’impressione di volersi alzare, di voler scappare da lì. Ma una volta seduti al tavolo non era possibile alzarsi finché il gioco non fosse terminato. E poteva finire solo in due modi.

    Salvatore era tranquillo, si era trovato molte altre volte in quella situazione e ne era sempre uscito indenne. Ma quello era il pensiero che ciascuno dei partecipanti aveva in testa. Ognuno dei presenti si trovava in quella stanza proprio perché aveva avuto abbastanza fortuna da sfuggire alla morte in altre occasioni.

    “Questa sarà l’ultima volta? Il destino mi grazierà ancora? Sarò così fortunato da sopravvivere?” tutti si sarebbero posti quelle domande prima o poi, forse lo stavano facendo proprio in quel momento di silenzio. La sfida sarebbe cominciata entro pochi minuti, la tensione era palpabile. Il ragazzo, stufo di aspettare, spostò con il piede la sedia rimasta ancora vuota. Era un chiaro invito a prendere posto. Salvatore non si sarebbe mai tirato indietro, così ignorò la scortesia e si sedette. Appena il suo sedere toccò il legno si sentì una scossa. L’uomo alla sua destra stava tremando in modo quasi incontrollabile. Il duro lo guardò con disgusto, ma nessuno proferì parola.

    «B-b-b bene. Ci ss -sss siamo tutti.» disse il fifone. “Andiamo bene” pensò Salvatore mentre il balbuziente traeva un mazzo di carte dal cassetto del tavolo. Con questo gesto comprese chi fosse l’ospite. Quella era la sua casa, benché terrorizzato il gesto di prendere le carte era sicuro, senza alcuna esitazione.

    Il gioco non prevedeva particolari astuzie, studio degli avversari, strategie geniali. Contava solo la fortuna, il destino. Se fosse stato il tuo momento il colpo si sarebbe trovato nella canna, altrimenti no. Il duro versò il whisky nel bicchiere davanti all’ultimo arrivato e alzò il suo, chiedendo a tutti di brindare. Sarebbe potuto essere l’ultimo sorso per uno di loro e dovevano esserne consapevoli.

    «Alla morte» proclamò, ma nessuno lo ripeté dopo di lui. Tracannarono il liquore e il fifone iniziò a tossire.

    «Allora, vogliamo finire questa farsa e iniziare a giocare? In fondo siamo qui solo per questo e io sono davvero ansioso di vincere.» il ragazzo sbatté forte il bicchiere sul tavolo, seccato.

    «Non avere fretta di morire» lo incalzò il duro, pronunciando le parole in modo lento, esaltando il suo accento dell’est. Il giovane sorrise, divertito da quell’affermazione, schernendo l’avversario.

    La stanza ripiombò nel silenzio, il padrone di casa estrasse le carte dal pacchetto nuovo e iniziò a mescolarle. Le sue mani si muovevano a scatti e solo per un caso riuscì a non farne cadere qualcuna. Posò il mazzo e toccò a Salvatore tagliarlo.

    «C-c c-conoscete le rr-r-regole.» disse porgendo le carte verso il duro che per primo pescò la sua carta. Il giro continuò e le carte furono voltate.

    «Oh, bene! Comincio io.» il ragazzo aveva pescato un asso di cuori, mentre gli altri avevano in mano carte di valore maggiore. Sul tavolo, accanto alla bottiglia di burbon, c’erano tre proiettili luccicanti. Solo uno di loro avrebbe potuto lasciare la stanza per vedere il sole del giorno successivo. Il settantacinque percento della forza vitale radunata in quel luogo non avrebbe superato la notte.

    «P-p-p pp p-prego.»

    Il ragazzo prese in mano l’arma, la aprì con fare sicuro e vi inserì un proiettile. Fece roteare il caricatore e richiuse la pistola con l’agilità di chi ha fatto quel gesto migliaia di volte. Alzò il freddo metallo e si puntò la canna alla tempia destra. Riprese dal tavolo il suo asso e lo lanciò in aria senza esitazione. La carta volò in modo scoordinato, prendendo una traiettoria complessa. Le regole dicevano che una volta raggiunto il pavimento si doveva sparare.

    Mentre il giovane premeva il grilletto sorrise di gusto, come avrebbe potuto fare solo un diavolo dopo aver assassinato una docile creatura di Dio. I suoi occhi erano tanto sicuri che sostenere il suo sguardo faceva male, riusciva a entrarti dentro e arrivare dritto al cuore. Nonostante fosse poco più che un adolescente era in grado di farti sentire piccolo, solo, impaurito di fronte a una minaccia, a una bestia feroce. Salvatore aveva incontrato molti altri giocatori come quello, sembrano pazzi scatenati, immuni alla morte. Danno l’impressione di non temere nulla quando in effetti non è così. Pensano di avere la vittoria in pugno ancora prima di cominciare, sono sbruffoni e vanitosi. Pronti a morire piuttosto che mostrare debolezza. E di solito è quello che fanno. Salvatore ne aveva già visti tanti concludere la loro vita con lo stesso ghigno che usavano per mascherare la paura provata nel premere il grilletto della rivoltella. Ci sarebbe stato un colpo secco e allo scattare del cane ci si poteva aspettare solo due suoni: il click a vuoto, asciutto e rapido o un colpo profondo, capace di far risuonare i piccoli ambienti preparati per il gioco letale.

    É in quel momento che tutta la vita ti passa davanti. Proprio come dicono nei film di serie B. Il ragazzo si obbligò a tenere gli occhi aperti, spalancati, per esaminare ogni singolo fotogramma, ogni immagine della sua vita come una diapositiva. Intorno a sé il buio dominò la luce. In un istante sparirono gli altri giocatori, il tavolo, il whisky, la puzza di fumo. Poteva scorgere solo una finestra lontana, da dove da bambino guardava la strada e sognava una vita migliore.

    Il sole splendeva con forza spingendo i suoi raggi attraverso le foglie dei gerani che abbellivano il davanzale con i loro colori accesi. Lui guardava il cielo e lo scorrere di candide nuvole rompeva di netto il blu che si spandeva all’infinito in ogni direzione. All’epoca era solo un bambino, stava attraversando un brutto periodo perché affetto da una tremenda malattia degenerativa. I dottori avevano detto che non sarebbe stato in grado di sopravvivere all’inverno che a lui sembrava così vicino. Il senso del tempo, quando si è piccoli, è molto diverso e si riduce con l’età. Guardare l’ambiente circostante da quella finestra era tutto quello che gli era concesso. Non poteva uscire di casa a giocare, non poteva incontrare altri bambini come lui, non poteva vivere una vita piena, ma solo una prigionia senza speranza. Le medicine che prendeva lo rendevano ancora più debole e stordito, al punto che a volte non riusciva neppure a trarre piacere da quella misera consolazione, da quello schermo verso il mondo esterno. I suoi genitori e i medici erano i suoi unici amici, non avrebbe mai conosciuto l’amore e la passione che vedeva nei film in televisione. Anzi, si vergognava di provare dei sentimenti per la presentatrice di uno spettacolo per ragazzi che seguiva con interesse ogni pomeriggio alla stessa ora.

    Non poteva fare a meno di pensare alla morte, ogni singolo giorno la tenera idea di terminare la sua vita lo accarezzava con dolcezza.

    “Che senso ha resistere, soffrire, aspettare? Tanto morirò comunque in poco tempo.” diceva tra sé, ma poi non ebbe mai il coraggio di uccidersi. Eppure lo aveva pianificato nei minimi dettagli, aveva trovato almeno una cinquantina di modi per togliersi la vita nella sua stessa stanza. Il dolore fisico e mentale, la solitudine e il sentirsi sperduto come un naufrago nella tempesta lo accompagnavano sempre. Ma la paura gli impedì di trovare la pace tanto agognata.

    Così successe che, per quanto il momento finale fosse atteso, non arrivò mai. Pregava ogni giorno e quando cadeva la neve pregava più forte. Ma non morì. Forse fu quell’occasione, quel fatto strano della vita, a convincerlo di essere immortale. Era stato graziato, la morte non lo aveva preso, gli era sfuggito. E se era capitato una volta poteva succedere ancora. Per questa ragione iniziò a giocare alla roulette e da quando giocava non aveva mai perso. La morte stessa doveva provare pena per lui, o ribrezzo, non aveva ancora deciso.

    Il tempo che impiegò il cane della pistola a raggiungere la fine della sua corsa sembrò non finire mai. In quel minuscolo lasso di tempo il ragazzo osservò ogni giorno della sua malattia, della sua pena e provò tristezza per sé stesso. Poi si perse nel pensiero del suo primo grande amore, in quello del successivo e di quello dopo ancora. Rammendò la sua passione per la moto, che lo faceva sentire così libero e felice. Quando la guidava ogni cattivo pensiero poteva essere superato e dato il suo rapporto con la morte poteva permettersi di guidare come voleva. Non sarebbe mai riuscita a prenderlo. Non gli apparteneva, il suo nome era stato cancellato dalla sua lista.

    Ma era proprio quello il suo problema e Salvatore lo sapeva bene. Non si può sfuggire alla morte, non si può ingannare il destino, prima o poi la fine giunge per tutti. Così tre delle quattro persone presenti nella stanza sobbalzarono udendo lo scoppio caldo e assordante.

    In un attimo il proiettile frantumò il cranio del giovane scavando un percorso nel suo cervello attraversandolo da parte a parte. Pezzi di materia grigia, sangue, ossa, pelle e capelli schizzarono sulla parete alle spalle del duro, formando un murales di tutto rispetto.

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