Il cane nero (Racconto gratuito)

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  • Un uomo viene perseguitato da un demone. Grazie all’aiuto di un improbabile santone sudamericano riesce, grazie a un rituale arcaico, a imprigionarlo in uno specchio. Dopo alcuni anni però riesce a liberarsi e cercherà vendetta nei confronti dell’uomo che lo ha vincolato.

  • Il cane nero

    Attraverso lo specchio

    Matteo stava guardando il suo demone attraverso il vetro.

    Il demone stava guardando Matteo attraverso il vetro.

    I due avversari si spiavano, si studiavano. Il mostro cercava un varco dal quale passare, voleva attraversare il suo piano di esistenza e catapultarsi nel mondo reale. Le sue pupille si giravano da un lato all’altro cercando uno spiraglio, una minuscola crepa che potesse donargli la libertà. Il desidero di evadere da quella prigione bruciava a tal punto che se una persona avesse appoggiato una mano sul vetro durante una fredda giornata invernale avrebbe potuto sentirne il calore. Era stato esiliato nello specchio. Tramite l’inganno erano riusciti a incatenarlo. Il mondo nel quale lo avevano sigillato non era che il mero riflesso di quella realtà che lui bramava oltre ogni immaginazione. Se fosse riuscito a evadere per Matteo non ci sarebbe stato scampo, sarebbe stato la sua preda. Aspettava solo che qualcuno aprisse le porte, rompendo quel vitreo vaso di Pandora. Il demone era furbo, intelligente, forte, abile. L’uomo invece era debole, sciocco, disilluso, terrorizzato. Non sarebbe stata una vera competizione, sapeva che avrebbe sopraffatto la preda con estrema facilità. Così aspettava. Guardava nel mondo esterno da quella piccola finestra che era diventata la sua casa. Con il passare del tempo si stava facendo sempre più forte e se ne compiaceva. Quei legami non avrebbero retto a lungo, le sue catene si erano arrugginite e in pochi giorni sarebbe stato in grado di strapparle con la potenza dei suoi enormi muscoli. Doveva essere paziente, ma pur avendo tutta l’eternità davanti non vedeva l’ora di uscire.

    L’uomo non era vecchio, ma neppure più un ragazzino. Si guardava allo specchio, ma al posto del suo riflesso vedeva il mostro nero dimenarsi. La bestia stava cercando una via d’uscita e Matteo tremava al solo pensiero di trovarlo fuori da quella cripta di cristallo nella quale lo aveva sepolto. Non era affatto raro che di notte si svegliasse in preda al panico, vedendo il cane nero in un angolo della stanza. Nei momenti peggiori lo sognava appoggiato con le zampe anteriori sul suo petto, questo guardava giù ringhiandogli con rabbia e odio pieno. Lo schiacciava con il suo peso grave, soffocandolo.

    “Guardami” gli sussurrava la bestia con fare minaccioso “fammi uscire” lo sfidava, con una voce gutturale e profonda.

    L’uomo ne aveva sempre avuto paura, sapeva di cosa era capace il suo avversario e non voleva averci più niente a che fare. Per anni era riuscito a fuggire, era rimasto ben lontano da quel mondo di demoni neri e urlanti. La bestia lo inseguiva mordendogli i calcagni, ogni giorno guadagnava terreno e lo graffiava con i lunghi artigli che gli spuntavano dalle zampe.

    “Sono qui, non puoi scappare” gli diceva mentre lui correva più forte, cercando di lasciarselo alle spalle. Eppure Matteo continuava a fuggire, sempre più rapido e ansioso. Temeva quel mostro più di ogni altra cosa, ma sapeva che prima o poi lo avrebbe preso e sarebbe stata la fine. La bestia era forte, rabbiosa, terribile. Lo voleva e lui non capiva il motivo di tanta cattiveria, cosa aveva mai fatto di male per meritarsi un trattamento di quel genere? Lo aveva forse disturbato o offeso in qualche modo? Spesso pensava che la sua unica colpa nei confronti del diavolo fosse quello di essere vivo. Per qualche ragione il fatto stesso di esistere aveva attratto il demone, incantandolo. Così era diventato la sua preda, un indifeso erbivoro che fa l’unica cosa di cui è capace per cercare di mettersi in salvo. Correre via, nascondersi, non farsi più trovare, sparire. Matteo aveva cercato di ingannare il mondo, voleva convincerlo, convincersi, di non esistere. Ma il suo piano era fallito, il cane nero non si era fatto ingannare e sapeva benissimo come e dove trovarlo. Matteo non poteva sparire, per quanto ci provasse. Il diavolo era sempre lì, nell’ombra, in attesa e pronto a scattare per ghermirlo.

    Psichiatri, psicologi, dottori, preti, medicine, droghe. Nessuno era riuscito a sconfiggerlo, lo avevano solo confuso, intontito, stordito. L’unico obbiettivo che erano stati in grado di raggiungere era stato quello di imprigionarlo dentro allo specchio. Ma quella prigione aveva delle sbarre davvero troppo sottili e fragili, non sarebbero riuscite a contenere una rabbia così enorme. Per sigillarlo dall’altra parte del vetro ci erano voluti anni, lotte e sostanze. Il colpo finale era arrivato grazie a un santone messicano. Si chiamava Josè, emigrato anni prima da un piccolo villaggio vicino a Merida, nella penisola dello Yucatàn. Il suo approccio al problema era animista e per come la vedeva Matteo anche molto folkloristico. Ma le aveva già provate tutte senza avere successo quindi si lasciò convincere a tentare anche questa “terapia”. La cura comprendeva un drink da assumere per nove giorni, fatto da un impasto di peyote, mate de coca e altre sostanze con nomi impossibili da pronunciare. Era molto probabile che nulla di quello che aveva ingerito in quei giorni fosse legale in Italia, ma nessuna delle cure provate fino ad allora aveva avuto il benché minimo risultato. Doveva provare, doveva sperarci, doveva crederci. Dopo aver trangugiato l’amarissimo infuso dal gusto allucinante e dagli effetti allucinogeni, si era sottoposto alla cerimonia fatta di danze e musica ripetitiva. Benché avrebbe preferito di gran lunga stringere tra le mani l’innesco di bomba atomica, le percussioni e i movimenti spasmodici sembravano essere la ricetta perfetta per affrontare i demoni. Matteo eseguiva alla lettera gli ordini di Josè, un uomo di bassa statura ma di grande orgoglio. Quando lo aveva incontrato la prima volta gli era sembrato uno dei tanti immigrati nel nostro paese per lavorare, con quella sua carnagione olivastra e il sorriso amichevole. Gli era stato presentato da una sua cara amica e non avendo più alternative nella medicina ufficiale decise di tentare la cura spirituale.

    La musica era diffusa da una coppia di casse acustiche di uno stereo di infimo livello, tanto che i suoni dei tamburi gli arrivavano alle orecchie parecchio distorti e rovinati. Inoltre Matteo non capiva lo spagnolo, quindi ignorò le parole di quelle canzoni, ma erano voci felici e gioiose, in festa. Urla e gridolini spiccavano dalla quasi inesistente melodia e accompagnavano la loro danza handicappata. Il suo “medico” messicano vestiva un abito tradizionale, fatto da pelli di animali, piume, collane di denti di chissà quale bestia e scarpe da ginnastica. Quell’elemento turbava parecchio “il paziente” che trovava stonasse con il resto rovinando l’atmosfera raggiunta con così tanta difficoltà.

    Ballo, urla, tamburi, droga.

    Se ci fosse stato anche il sesso sarebbe stata una perfetta serata da sballo, di quelle che tutte le categorie di giovani hanno sperimentato lungo i decenni. Che ballino in discoteca, poghino a un concerto o si chiudano a fumare con in mano una chitarra in furgone della volkswagen. Fatto sta che al culmine della cerimonia, circa a mezzanotte, Matteo cominciava ad annoiarsi. Non stava succedendo niente, e iniziava a pentirsi di aver pagato quattrocentosettantasei euro per il trattamento. Un altro impostore, un altro che non avrebbe risolto il suo problema. Con questo pensiero nel cuore fermò la sua danza e sfilò dalla fronte la fascia colorata che gli era stata legata qualche ora prima da Josè. Anch’egli si fermò, indicando con l’indice un punto fisso alle spalle del suo paziente: «El diablo, señor! El diablo!»

    “Cosa cavolo sta dicendo?” pensò Matteo girandosi in quella direzione. Lo vide. Alle sue spalle era apparso dal nulla un mostro enorme. Lo riconobbe subito, era lui che disturbava i suoi sogni da mesi, anni. Era grande e nero, con sfumature di blu e pulsanti vene rosse che gli scorrevano sotto la pelle umida. La stanza era illuminata solo con alcune candele che si spensero all’improvviso. Ci fu un soffio di vento che non poteva provenire da nessuna direzione e non andava da nessuna parte. Non era più un gioco, quella improbabile realtà lo aveva trascinato al fondo di un pozzo oscuro. Il niente lo aveva avvolto e lo fece sentire perso. Senza più punti di riferimento non capiva più quale fosse il sopra e il sotto, il davanti e il dietro. Per un istante lunghissimo non aveva più peso, galleggiava impotente e cieco in uno spazio infinito. Sapeva di toccare il pavimento con i piedi, ma qualcosa non andava, era disorientato. Il suo demone era uscito allo scoperto, era alle sua spalle, così vicino da poterne sentire il fiato fetido. E se erano arrivati fino a quel punto era solo colpa di Matteo, della sua ricerca della felicità nel modo sbagliato. Si era fidato della sua amica, di questo straniero sconosciuto e non si era fatto alcuno scrupolo ad assumere sostanze misteriose e pericolose. Maledì sé stesso e si accovacciò a terra aspettando la fine. Fu allora che Josè cacciò un urlo poderoso e accese una torcia a led illuminando il mostro. La luce bianca e fredda lo avvolse e si curvò intorno a quel corpo strano e spaventoso. La bestia sembrò accusare il colpo e si lamentò disperata quando il fascio luminoso andò a colpire lo specchio alle sue spalle. Iniziò a imprecare in lingue sconosciute all’uomo, versi lacerati e grotteschi, bestemmie demoniache. Ma ormai era tardi e con un lampo fu spinto dentro la prigione liscia e lucida.

    Da quel giorno Matteo ha un rito quotidiano al quale non rinuncia per nessuna ragione al mondo. Ogni mattina si guarda in quell’artefatto, in quell’oggetto maledetto. Controlla che il mostro sia ancora bloccato, fissato in quella superficie piana per l’eternità. Solo quando lo vede lì, chiuso in quel mondo riflesso, si sente tranquillo. Si inganna di aver vinto la lotta, di essere riuscito a mettere KO il diavolo. Così dopo aver tremato un po’ di fronte a quell’enorme minaccia, si veste, si prepara per uscire e va al lavoro. Quando torna la sera compie di nuovo lo stesso rito, ma in senso inverso.

    Il mostro, che non amava questa abitudine, si agitava e spingeva sulla fragile struttura di vetro. La mordeva, la colpiva con le sue corna appuntite o con le sue grandi mani. Per quanto facesse non era mai riuscito neppure a smuovere la polvere accumulata sul lato esterno del suo piccolo mondo. Fu solo per un caso fortuito che un giorno la struttura cristallina si incrinò. Forse successe per il cambio temperatura, forse per i continui pugni ricevuti dal suo ospite, quello che conta è che alla fine cedette. Si formò una minuscola crepa nell’angolo destro del vetro. Dall’interno della cella si vide entrare un fascio di luce e dopo tutto quel tempo passato in asfissia la bestia assaporò l’aria fresca del mattino. Se ne riempì i polmoni, o quello che ci sia aspetta sia il suo organo di respiro. Era felice, diede un ultimo rapido sguardo alla sua cella solo per scoprire che non ne avrebbe mai sentito la mancanza. Si tramutò in un tossico fumo nero e attraversò la crepa.

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