Arturo Van Helsing vs il troll panettiere (racconto gratuito)

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Esperimento letterario: “Arturo Van Helsing vs il troll panettiere“. Il secondo racconto gratuito scritto a quattro piedi da Marco Agustoni e Alessio Marta.
La storia si compone di otto capitoletti di circa duemila battute ciascuno. Ci auguriamo che la lettura sia di vostro gradimento.
Buona lettura 🙂

Arturo Van Helsing vs il troll panettiere

Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8

Capitolo 1

Per Arturo Van Helsing era un lunedì mattina come tutti gli altri: odioso. Colpì la sveglia con una sberla, catapultandola sul tappeto dove giacevano avanzi di cibo cinese e cartoni di pizza dimenticati da mesi. Il dispositivo malefico si zittì per qualche secondo, ma poi squillò ancora più forte, penetrandogli i timpani e il cervello. Non c’era niente da fare, la realtà quotidiana lo stava richiamando all’ordine. Quindi prese coraggio e si alzò dal divano salvato qualche mese addietro dal camion dell’immondizia. Nella sua attività di cacciatore di mostri non esistevano orari, giorni di riposo o festività, e ciononostante continuava a detestare il primo giorno della settimana.

Si preparò il caffè e inzuppò il plumcake nella brodaglia amara e bruciacchiata. Diede uno sguardo al giornale della settimana precedente. Ancora non era riuscito a leggerlo fino alla fine poiché la sua attenzione cadeva di continuo sull’annuncio di una famosa marca di profumi pubblicato in terza pagina. Ritraeva una avvenente attrice cinematografica mezza nuda: non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Quando fu stufo di guardarla divorò quello che restava della merendina, trangugiò la bevanda amara e gli fu impossibile trattenere una smorfia disgustata.

«Devo decidermi a cambiare marca di caffè» si disse per placare le proteste delle sue papille gustative.

Il suo rito mattutino prevedeva che dopo la colazione fosse obbligatoria una sigaretta, così ancora in pigiama uscì sul balcone ed estrasse una cicca accartocciata dal pacchetto morbido. Si appoggiò annoiato alla ringhiera, ma prima di riuscire ad accenderla fu travolto da un fracasso infernale proveniente dal fondo della strada. Varie persone fuggivano in ogni direzione e presto Arturo ne comprese la ragione: un enorme troll delle montagne stava seminando il panico tra i passanti. Brandiva un massiccio mattarello che usava per demolire qualunque cosa gli capitasse a tiro e ruggiva con rabbia.

Gli cadde la sigaretta di bocca e capì che sarebbe stato un lunedì ben aldilà delle sue pessime aspettative.

Capitolo 2 —>

Capitolo 3

Arturo avvertì prepotente il bisogno di restare in pigiama e tornare sotto le coperte, facendo finta che non stesse succedendo nulla. E lo avrebbe anche fatto, se il telefono di casa non avesse cominciato a squillare.
Decise di adottare la strategia che gli aveva insegnato suo padre: non rispondere. Prima o poi dall’altro capo si sarebbero stufati. E in effetti a un certo punto il malefico affare smise di suonare. Solo che, finito quello, attaccò a trillare il cellulare. E poi, in contemporanea al cellulare, di nuovo il telefono di casa.
I modi insistenti non lasciavano adito a dubbi: si trattava del Commissario von Ravenhorst. Arturo Van Helsing si rassegnò a rispondere.
«Commissario, da quanto!»
«Ci siamo sentiti ieri sera, Arturo», commentò lapidario il poliziotto.
«Oh, davvero? Come vola il tempo…», Arturo cercò di non incrinare il tono amichevole.
«E l’altro ieri sera ancora. E, per inciso, continuerò a chiamarti tutte le sere della tua vita, almeno fino a quando non ti deciderai a ridarmi quei 344 euro e 36 centesimi che mi devi.»
Oltre che insistente, ill Commissario era anche un tipo piuttosto preciso.
«Già. Ecco, a proposito di quei…»
«Non ti sto chiamando per questo» tagliò corto il Commissario, «e tu lo sai bene. Ti sei già affacciato alla finestra, non è vero?»
«Cosa? La… no, perché, è successo qualcosa?», nicchiò Arturo. In quel preciso istante, alla cornetta del Commissario arrivò un urlo di terrore. «Ok. Va bene, d’accordo. Ho visto quel… coso là fuori. Ma non ho nessuna intenzione di uscire a fare qualcosa per fermarlo. Ci tengo alla mia pelle, io.»
Seguirono alcuni istanti di silenzio, tanto che per un attimo Arturo si chiese se il vecchio poliziotto si fosse appisolato al telefono.
«Neanche…» il Commissario si schiarì la voce, «neanche se ti abbonassi il debito?»
«Oh»
«…»
«Beh, stando così le cose…»
«Allora, che ne dici?»
Dall’esterno giunse il rumore di una vetrina infranta, seguito dal tonfo di qualcosa di duro che si scontrava contro qualcos’altro di altrettanto duro. Una goccia di sudore scese lungo la tempia di Arturo Van Helsing.
«Mi metto la giacca e sono fuori.»

Capitolo 4 —>

Capitolo 5

Prima di uscire dal minuscolo appartamento/ufficio, Arturo agguantò un sacchetto di farina mezzo vuoto dalla dispensa/guardaroba. Era molto soddisfatto di come aveva ottimizzato gli spazi nella sua casa/luogo-di-lavoro, solo a volte si domandava quanto potesse essere igienico usare le scarpe come porta uova. Anche perché erano lì da parecchio tempo e il guscio sembrava essere diventato più soffice e bluastro. Era un pessimo segno, soprattutto in una giornata come quella. Arrivato in strada gli si presentò lo stesso panorama apocalittico che aveva visto dal suo appartamento. C’erano auto ammaccate, vetrine rotte e alcune vetture erano state abbandonate in mezzo alla strada. A parte il grugnito animalesco del mostro il silenzio era totale, i negozianti avevano abbassato le serrande e l’unico spettatore era un ragazzino che, accovacciato sul balcone al terzo piano, stava riprendendo la scena con il cellulare.
Benché la pattuglia di polizia fosse parecchio lontana, i poveri agenti stavano per essere travolti dalla furia bestiale del troll. Senza pensarci due volte, Arturo iniziò a correre verso il colosso verde. I poliziotti intanto avevano incominciato a sparare, rischiando di colpire anche lui.
«Brutti imbecilli, la sua pelle è resistente come l’acciaio!» le pallottole rimbalzavano sul bestione infuriato prendendo traiettorie impossibili da prevedere. Quando si fermarono, il mostro li aveva raggiunti. Uscirono appena in tempo dalla volante che in breve fu ridotta a un cumulo di metallo accartocciato. Arturo aveva percorso in tutto una trentina di metri, ma era già sfinito e gli mancava il fiato. «Ok, fumo tro» non riuscì a completare la frase e mentre boccheggiava estrasse il suo accendino e si accese una sigaretta.
Il troll aveva ormai finito con l’ex-auto della polizia e adesso si era girato verso l’uomo che, ancora in pigiama, stava apprezzando il fumo denso e catramoso delle cicche di contrabbando mentre infilava la mano in un pacchetto di farina che con tutta probabilità aveva visto giorni migliori.

Capitolo 6 —>

Capitolo 7

Non è che Arturo stesse propriamente comodo, con quel testolone gigante appoggiato contro. Anzi, a dirla tutta faceva un po’ fatica a respirare, ed era anche piuttosto sicuro di essersi incrinato un paio di costole. Ma non osava muoversi per timore di disturbare il riposo del troll o meglio, per timore che il troll, al suo risveglio, avrebbe potuto impanarlo di mazzate.
Rimase così, immobile, fino a quando i due poliziotti spaesati di prima non arrivarono al suo fianco. Con loro, si accorse, c’era anche il commissario Reginaldo von Ravenhorst. Che constatò con una certa flemma: «Avremo bisogno di un paio di manette enormi.»
«Co… commissarioh. Che piacere… vederlah…», ansimò Arturo Van Helsing. «Non è che… non è che potrebbe…» Non riuscì nemmeno a finire la frase.
«Ottimo lavoro, Arturo. Sapevo di poter contare su di te.» Il vecchio poliziotto si passò una mano sulla testa stempiata. «Ora però dobbiamo scoprire da dove sbuca fuori questo bestione.» Si chinò a osservare qualcosa. «E sono sicuro che questa catena spezzata sia un indizio piuttosto importante. Che ne pensi, Arturo?»
«Hhhh», assentì il cacciatore di mostri.
Reginaldo von Ravenhorst si guardò intorno, in cerca di una pista. E in effetti la scia di devastazione davanti a loro andava a fermare un sentiero ben definito, che percorso a ritroso li avrebbe condotti alle origini di quel putiferio.
«Alzati, se non vogliamo che abbiano già ripulito tutto prima del nostro arrivo dobbiamo muoverci.»
Arturo tese un braccio verso di lui, a chiedere aiuto, ma il vecchio commissario si era già incamminato. Si rivolse allora ai due poliziotti, che cercavano di prendere le misure del troll per capire se ci sarebbe stato nella volante.
«Voi… voi due… levatemi questo coso di do…»
Per fortuna non ci fu bisogno del loro intervento: mugugnando, il troll si mosse nel sonno e così facendo liberò l’uomo che lo aveva domato. Il cacciatore di mostri si alzò con estrema cautela, tastandosi ogni parte del corpo non tanto per sentire se ci fosse qualcosa di rotto, quanto per capire se ci fosse ancora qualcosa di integro. E una volta che ebbe constatato di essere in condizioni sufficientemente buone da non morire nei prossimi dodici minuti, si mise a corricchiare zoppicando, nel tentativo di non perdere di vista il Commissario.

Capitolo 8 —>

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