Arturo Van Helsing vs il cubo gelatinoso (racconto gratuito)

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Esperimento letterario: “Arturo Van Helsing vs il cubo gelatinoso“. Il primo racconto gratuito scritto a quattro piedi da Marco Agustoni e Alessio Marta.
La storia si compone di otto capitoletti di circa duemila battute ciascuno. Ci auguriamo che la lettura sia di vostro gradimento.
Buona lettura 🙂

Arturo Van Helsing vs il cubo gelatinoso

Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8

Capitolo 1

Arturo Van Helsing lasciò squillare il telefono quattro o cinque volte prima di afferrare la cornetta a forma di mano di scimmia e rispondere.

“Mh?”, mugugnò ancora mezzo sdraiato sul divano.

“Un cubo gelatinoso si è mangiato mio marito”, rispose una voce ansiosa all’altro capo del filo.

“E io cosa ci posso fare?”.

“Lei non è un cacciatore di mostri?”.

“Beh, sì”, ammise Arturo Van Helsing. “Ma mica è colpa mia se suo marito si è lasciato andare”.

“Come scusi?”. Da ansiosa, la voce si era fatta sempre più perplessa.

“Lo metta a dieta”.

“Eh?”.

Arturo Van Helsing si tirò su e si appoggiò sullo schienale di pelle del divano che aveva salvato il mese precedente dal camion dell’immondizia. Prima di tornare a parlare, si massaggiò il setto nasale a occhi chiusi.

“Guardi, io la capisco benissimo. Mi è successa la stessa cosa con una mia ex fidanzata. Era tanto bellina e tutto quanto. Però lo sa com’è, con la vita di coppia. Ci si adagia. E così capita un giorno che mi fermo un attimo e la guardo. Insomma, la guardo veramente. E non mi sembra più lei, è diventata così grassa che sembra che se la sia mangiata un cubo gelatinoso”.

Seguirono alcuni momenti di imbarazzato silenzio.

“Ma io intendo sul serio”.

“In che senso?”.

“Un cubo gelatinoso si è davvero mangiato mio marito”.

“Oh”.

“È ancora qui, in salotto. Ho chiamato la polizia ma non mi hanno creduto. Ho anche provato a scacciarlo con la scopa, però lui si è mangiata pure quella”.

Arturo Van Helsing mise la mano al taschino della camicia, nella speranza che ci fossero le sigarette. Niente da fare.

“Ho… ho capito. Arrivo subito”.

Si fece dare l’indirizzo, mise giù la cornetta e sbuffò.

Alle volte rimpiangeva di essere finito a fare il cacciatore di mostri. Certo, era un mestiere che pagava le bollette, ma alle volte era dannatamente stressante.

Non ebbe nemmeno bisogno di scegliere cosa indossare. Una volta un suo collega gli aveva consigliato di comprarsi una serie di abiti tutti uguali, così da risultare subito riconoscibile, come se si trattasse di una divisa. Lui invece per risparmiare aveva acquistato una giacca e una camicia soltanto, ma fingeva di cambiarsele ogni volta.

Trovò le sigarette sotto il divano, al che fu pronto per uscire. Prima di imboccare la porta sbuffò di nuovo.

“Cazzo”, mormorò tra sé e sé.

I cubi gelatinosi sono una bella scocciatura.

Capitolo 2 —>

Capitolo 3

A SanCarmine i palazzi erano tutti uguali, grigi e spenti. Era un quartiere dormitorio nato durante il boom economico e le abitazioni di dubbia qualità erano state costruite a una velocità impressionante. C’erano voluti solo pochi anni perché l’asfalto inglobasse ogni filo d’erba, ogni albero. Ormai erano rimasti in pochi a ricordarsi come fosse quella zona prima della cementificazione e guarda caso erano gli stessi che ancora parlavano il dialetto originale della città.

Arturo Van Helsing provava sempre una grande nostalgia quando attraversava in autobus i luoghi dove era cresciuto e dove aveva imparato a sopravvivere alla strada, ai bulli, ai mostri. Mancavano ancora un paio di fermate, ma la sua visione periferica era molto allenata e gli permise di scorgere i controllori sulla banchina. Come sempre non aveva il biglietto, così scese e si incamminò solitario fino all’indirizzo che gli aveva indicato la signora poco prima. Non aveva ancora fatto colazione, quindi si consolò con una delle ultime tre sigarette che gli erano rimaste nel pacchetto, accartocciato nella tasca destra dei suoi pantaloni.

Avanzava con passi lenti, ma decisi, perché sapeva bene a cosa stava andando incontro. L’ultima volta che aveva affrontato un cubo gelatinoso ci aveva quasi rimesso la pelle. Non tanto a causa del mostro in sé, quanto per la scivolata che aveva fatto sulla bava verdognola che questi si lasciava dietro a ogni spostamento. Solo a pensarci ancora gli doleva l’inguine per quella spaccata laterale.

Un’altra ragione per cui non aveva fretta era che una persona inglobata dentro un cubo gelatinoso può sopravvivere per diversi giorni prima di essere digerita e consumata. Almeno in linea teorica.

Suonò il campanello e la porta si aprì senza che nessuno rispondesse. Meglio così. Si sentiva sempre così strano a presentarsi come: “Arturo Van Helsing, cacciatore di mostri.” Quando lo faceva e c’era qualcuno nelle vicinanze aveva la netta sensazione di essere guardato con disprezzo, manco il suo fosse un mestiere inutile. Certo si trattava di un lavoro sporco, ma qualcuno doveva occuparsene e la paga non era nemmeno tanto male. Soprattutto se lo si faceva in nero e Arturo Van Helsing non aveva mai imparato come scrivere una fattura.

“Perfetto, settimo piano senza ascensore” disse tra sé mentre si accendeva la penultima sigaretta. Gli ci volle un po’ di tempo per salire, dato che a ogni piano doveva fermarsi per riprendere fiato. Non aveva più il fisico di un diciassettenne. A pensarci bene non l’aveva mai avuto. Una decina di minuti più tardi aveva raggiunto la destinazione e capì subito quale fosse il problema. Due degli appartamenti sul pianerottolo erano privi di porte.

Capitolo 4 —>

Capitolo 5

“Fai davvero schifo, amico” disse ad alta voce Arturo Van Helsing, pur sapendo che quell’ammasso gelatinoso non avrebbe potuto capire le sue parole.

Ovviamente, al primo tentativo aveva preso la porta sbagliata, e si era ritrovato in un appartamento che definire in disordine era poco, in cui in ogni stanza erano stipate gabbie e gabbiette con dentro… davvero di tutto. Per fortuna a separarlo da quegli abomini c’erano tante sbarre resistenti, altrimenti non ne sarebbe uscito tanto integro. Vedendo però che quei cosi non potevano fargli del male, si era limitato a raccattare dei giornali vecchi che aveva trovato in un angolo, li aveva sparsi per casa insistendo soprattutto nei punti in cui si trovavano le gabbie, dopodiché si era acceso l’ultima sigaretta. Aveva indugiato alcuni istanti, tirando ampie boccate e ripassando mentalmente il piano per affrontare il cubo, dopodiché aveva lasciato l’appartamento gettando il mozzicone ancora acceso sulla carta di giornale.

A quel punto aveva imboccato la porta dell’appartamento della signora che lo aveva chiamato e si era ritrovato davanti quel coso.

Aveva già inglobato parecchia roba, il che spiegava le sue dimensioni decisamente sopra la media. Il gattino non dava più segni di vita, forse morto sul colpo per lo spavento, ma il tizio in canottiera – il marito della sua cliente, suppose – cercava ancora di divincolarsi dal viscido abbraccio della bestia, in una sorta di danza grottesca che gli fece ricordare da quanto tempo non andava in discoteca.

La signora se ne stava in un angolo del salotto, gettando tutto quel che le capitava a tiro al cubo gelatinoso. Non che servisse a molto, a dirla tutta.

Senza curarsi del mostro, si diresse dalla donna e la scosse con vigore.

“Signora, si calmi. Ho bisogno della sua collaborazione”.

La donna smise di lanciare roba e gli diede ascolto.

“Ci sono due pentole in cucina?”.

“Ma… ma certo” rispose flebile.

“Bene, le riempia di acqua e sale e le metta sul fuoco”.

“Va be… va bene”.

“Pasta ce n’è?”.

La donna fece di sì col capo. “Penne rigate”.

“Sugo pronto?”

“Aspetti, mi faccia pensare… sì, c’è del ragù”.

Arturo Van Helsing le diede una pacca sulla spalla. “Bene, ora vada”.

La donna ubbidì, dirigendosi verso la cucina. Arrivata alla porta, però, si voltò.

“A che cosa servono?”.

“L’acqua salata scioglie i cubi gelatinosi. Una pentola dovrebbe bastare per liberare suo marito”.

“Oh”. Sembrò soddisfatta per la risposta, poi però riprese: “E la pasta?”.

“Ho una fame boia. La seconda pentola serve per quello”.

Capitolo 6 —>

Capitolo 7

I cubi gelatinosi gli erano antipatici, non solo per la seccatura che rappresentavano, ma anche perché gli ricordavano la pancetta che gli si era accumulata negli anni sulla zona lardo-addominale. Il mostro continuava ad avvicinarsi, ma lui lo evitava senza nessun problema. Sono creature lente, per niente pericolose. L’importante è evitare di avvicinarsi troppo o gettarcisi dentro come con tutta probabilità aveva fatto l’uomo dai capelli brizzolati imprigionanto all’interno di quella cella melmosa.

“Signore, mi può sentire?” disse Arturo Van Helsing mentre si spostava di lato cercando di non pestare il viscidume che si stava accumulando sulle piastrelle marmorizzate. Il signore all’interno del mostro si scosse e fece cenno di si con la testa.

“Allora, capisco che sta attraversando un momento difficile, ma dovrebbe cercare di calmarsi. Se si agita è peggio. Come con le sabbie mobili, ha presente?” Quel consiglio non era del tutto vero, in realtà non faceva nessuna differenza, ma ad Arturo Van Helsing dava noia tutta quell’agitazione mentre lavorava. Il suo stratagemma funzionò e l’uomo cercò di assumere una posizione comoda incrociando le gambe e fluttuando con la stessa serenità di un astronauta alla sua prima missione nello spazio.

“Bene, così.” disse Arturo Van Helsing con il tono di voce più rassicurante che fosse in grado di tenere. “Signora, a che punto siamo con la past… ehm, con l’acqua salata?!?” lo stomaco gli brontolò, richiamandolo ai suoi bisogni primari.

“Ci siamo quasi, butto le penne?” si udì dall’altra stanza.

“Molto gentile, grazie. Già che c’è può anche portarmi l’altra pentola così liberiamo suo marito?”

“Sì sì, una cosa alla volta però, mica sono uonder uoman!” la risposta secca fece ricordare ad Arturo Van Helsing il motivo per cui ancora non aveva deciso di dedicarsi a una relazione seria. Non che ne avesse la possibilità, mancandogli la materia prima femminile, ma la cosa lo rincuorava.

Dopo pochi minuti e alcuni scivolamenti di lato per evitare il mostro, la signora riemerse dalla cucina con in mano una grossa pentola di acqua bollente e salata.

“Bene, ora la getti da questo lato” le fece, indicando con l’indice “e il suo povero marito dovrebbe scivolare fuori senza problemi”. Così fu: una delle pareti del solido cedette rilasciando una gran quantità di liquido e un uomo che stava vivendo una seconda esperienza di parto.

Capitolo 8 —>

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